Nascere oggi non è facile.
La maggior parte delle coppie sceglie di partorire in ospedale, ma al tempo stesso in questo periodo anche solo il pensiero di essere ricoverate fa paura. Paura di ammalarsi, paura di fare ammalare il proprio piccolo. Paura di essere separate da lui.
I protocolli sono tanti, le restrizioni anche. Il papà può partecipare al parto solo nel momento del “travaglio attivo”. Visite dopo il parto ridotte ai minimi termini. Tutto questo ovviamente per preservare la salute così preziosa di quella coppia mamma-bambino.
Ma mettiamoci per un attimo nei panni di quella mamma, che deve riuscire a sentirsi “al sicuro” per poter fare nascere il suo bimbo. Quella donna che deve riuscire a lasciarsi andare, ad ascoltare il proprio corpo e cavalcare le onde del travaglio… sappiamo bene quanto l’ambiente esterno possa influenzare in positivo o in negativo la nascita.
E ora pensiamo a quel papà che magari di prima mattina ha accompagnato la sua compagna in ospedale, e ora deve stare fuori, ad aspettare. Cammina, ma non sà dove andare, non sà quando arriverà il momento in cui anche lui potrà entrare. Si può allontanare, ma non troppo perchè se chiamano vuole essere pronto, per esser parte anche lui della nascita.
Vuole stare al fianco della sua compagna, vuole essere la sua spalla, le sue braccia, o semplicemente esserci. Essere lì, per farle sentire che non è sola. Che questo viaggio lo stanno facendo insieme. Insieme stanno per diventare genitori e insieme lo continueranno a fare ogni giorno, da quel momento in avanti.
Allora mi sono chiesta cosa possiamo fare noi, operatori del settore per rendere la nascita una “bella nascita”, anche oggi. Possiamo e anzi dobbiamo lavorare ancora di più su quel nucleo famigliare, PRIMA: prima del parto. Mi spiego meglio.
Se quella coppia già in gravidanza ha scoperto, o meglio riscoperto tutte quelle che sono le loro competenze, gli strumenti che hanno già dentro di sè, arriveranno al momento della nascita davvero pronti, fiduciosi nelle proprie capacità come coppia e nelle capacità del loro bimbo, che è parte attiva della nascita. La nascita non sarà un evento che dipende da un aiuto esterno, ma sarà centrata su di loro. E loro saranno capaci di farlo, anche se l’ambiente non è magari quello ideale che avevano sognato.
Dobbiamo riuscire a trasformare la solitudine in uno strumento di profonda connessione con sè stessi, di introspezione: non in un senso di abbandono.
Dobbiamo mettere ancora di più al centro dei riflettori i veri protagonisti della nascita: quel nucleo famigliare, intimo, piccolo, ridotto ai minimi termini, ma pieno di vita.
Il nostro compito è di far fiorire quelle competenze che ogni mamma, papà e bambino ha dentro di sè.
Poi lo spettacolo lo faranno loro e lo sapranno fare alla grande.

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