Mamme del 2020

Ogni giorno, assieme al mio progetto di sostegno alle mamme nell’allattamento, faccio anche il lavoro di medico prelevatore, presso l’ospedale di Carpi. La sveglia suona presto, la stanchezza non è poca, ma questo lavoro, mi permette di incontrare tante persone, anche se per pochi minuti. E a volte accade la magia: alcuni si aprono e ti raccontano le loro storie.

C’è il nonno che ti dice che questo Covid per lui è peggio della guerra che ha vissuto: “dottoressa almeno con la guerra noi sapevamo come fare per essere al sicuro, avevamo dei rifugi dove andare quando bombardavano. Ma questo Covid non si vede e può essere ovunque. Non siamo mai al sicuro!”.

C’è la nonna che ti racconta che il nipote di 22 anni è positivo: “dottoressa io non vado a trovarlo! Giro lontano! Solo quando cucino qualcosa, lo lascio sulla sedia davanti alla porta di casa sua…”.

C’è il signore che con gli occhi che brillano di gioia ti racconta che oggi sono 54 anni che è sposato con sua moglie: “stamattina dottoressa, ho lasciato sul suo comodino un sasso a forma di cuore. Bellissimo. L’ho raccolto per lei e sopra ci ho scritto tutto quello che penso. Gliel’ho lasciato vicino, così quando si alzerà mentre io sono qui a fare il prelievo, lo troverà e capirà che non mi sono dimenticato”.

C’è chi ha paura, tanta: ti guarda, guarda il tavolo e le sedie chiedendosi se sarà pulito e tu lo rassicuri che è tutto pulito, che puliamo continuamente e che può sedersi, può avvicinarsi.

E poi ci sono le donne incinta. Quello che mi ha colpito è vedere come spesso i loro occhi nascondano un velo di tristezza, di paura.

Alcune ti raccontano che durante la gravidanza hanno perso dei famigliari a causa del Covid, che la mamma, o la nonna non potranno abbracciare il loro bimbo. C’è chi ti dice sottovoce che spera tanto che tutto vada bene, quando arriverà il giorno della nascita. C’è chi ti racconta che il Covid l’ha passato in gravidanza, e per questo motivo non ha ancora ricevuto informazioni su come “funziona” il parto, perché tutti erano preoccupati del virus e così lei ha pensato che quel giorno “improvviserà”.

C’è chi ti dice che ha tanta paura perché per la prima volta dovrà separarsi dal suo primo figlio in quei giorni, e non sà come andrà.

C’è chi, quasi con vergogna, ti dice sottovoce che a casa ha altri 3 bimbi.

Care donne, care mamme, e cari papà in questo periodo così complicato e assurdo voi avete scelto di credere ancora nella vita.

Non vergognatevi, ma anzi siate fiere di voi, perchè non vi siete lasciate paralizzare dalla paura, ma avete lasciato vincere l’amore.

Certo, non sarà facile e già in gravidanza lo state provando sulla vostra pelle. Nessuno vi accarezza la pancia, nessuno vi abbraccia come prima. I momenti di condivisione tra mamme sono diventati tutti virtuali. Il distanziamento ormai è parte della nostra quotidianità, e ora che una piccola vita sta crescendo dentro di voi, lo è ancora di più, per proteggerla, come un piccolo germoglio in questo freddo inverno che ci aspetta.

Ma nonostante tutto questo, il vostro piccolo nascerà e troverà il vostro amore ad aspettarlo. Voi genitori sarete il suo nido, il suo rifugio sicuro e non importa se non ci saranno cene, pranzi o feste per celebrarlo. Il vostro amore non mancherà: questo è quello che serve davvero a un neonato. Un giorno gli racconterete che avete iniziato a sognare il suo arrivo quando tutti stavano perdendo le speranze, quando il mondo stava vivendo una dramma quotidiano fatto di malattia, di paura, di perdite. Gli racconterete che quando lui è nato, la vostra vita si è riempita di gioia e che da quel giorno tutto è cambiato.

Le vostre nascite porteranno tanti sorrisi nelle vostra famiglie, anche se magari saranno nascosti dalle mascherine. Saranno mascherine bagnate di lacrime, ma saranno lacrime di gioia. E da lì, ogni giorno, ogni piccola conquista del vostro piccolo, sarà altra gioia per tutti.

La nascita è amore che genera altro amore,  sempre, anche durante una pandemia.

Foto di Mattia Medici http://www.mattiamedici.com

Nascere durante una pandemia

Era cominciato un nuovo anno: il 2020. Per noi era un anno che avrebbe portato una gioia immensa. Da poco avevamo scoperto che avremmo avuto un’altra bambina.  Il cuore ci scoppiava dalla gioia…Olivia, la nostra prima bimba aveva 2 anni.

Poi c’è stata la pandemia.  La paura era tanta. Paura che la nostra piccola si potesse ammalare, paura di doversi allontanare da lei. Paura di ammalarmi io e di far ammalare la nostra piccolina in arrivo.  Ogni giorno che passava, la situazione fuori non faceva che peggiorare.  Siamo arrivati a non riuscire nemmeno a programmare gli esami di routine della gravidanza… Fino al lock down. Lock down, incinta, con una bimba piccola in casa: non è stato facile.  Ogni giorno dovevo trovare un modo per farle passare il tempo in modo piacevole, nonostante tutto quello che stava accadendo. Cercavamo di stare tanto fuori, al parco, nel cortile di casa che ci ha letteralmente salvato. Ma giorno dopo giorno la stanchezza aumentava, la pancia cresceva, io sentivo di avere bisogno di rallentare, ma non potevo. Anche perché il mio compagno ha iniziato a non sentirsi bene.  Prima un po’ di malessere, poi qualche linea di febbre e alla fine ha cominciato a non sentire più nessun sapore, né odore.  Ancora questi sintomi non erano conosciuti come riconducibili all’infezione dal virus. Ci hanno detto di stare separati e di vedere come evolveva la situazione. Nessun tampone, nessun altro esame. “SOLO” la separazione in casa. E lì è stato il panico…

Come fai a spiegare a tua figlia di 2 anni che papà ora resta nella sua camera? Come le spieghi che non lo può abbracciare?  Le abbiamo detto che non si sentiva tanto bene….  ho cercato di distrarla il più possibile. Mangiavamo a turni e dopo correvo a sanificare tutta la cucina. E ovviamente il bagno, perché non tutti ne hanno due in casa da potersi dividere.  E tutto con la pancia che cresceva, giorno dopo giorno: sono stati 14 lunghissimi giorni dove la paura è stata tanta.  Per fortuna lui è stato bene, e anche noi non abbiamo avuto nessun sintomo. 

Poi, finalmente, è arrivata l’estate… i malati di covid pian piano sono andati calando. La nostra piccolina sarebbe nata a luglio e la mia paura più grande era di dover affrontare il parto da sola. Non era stata una passeggiata con Olivia, anzi. Il ricordo di quello che avevamo passato aveva lasciato il suo segno.  Un lungo travaglio,  febbre, antibiotici… non volevo che tornasse ad accadere tutto quello e soprattutto volevo il mio compagno al mio fianco. E per fortuna è andata così. A luglio i papà erano ammassi in sala parto sia per il travaglio, che questa volta è stato velocissimo, che per il momento della nascita. E lui c’è stato, al mio fianco,  esattamente come sognavo.

Andrea è nata con la forza della natura: quella forza che non ricordavo così intensa, così travolgente. Una forza che a tratti mi spaventava… davvero avevo sopportato quelle contrazioni con Olivia? Era come se il mio corpo le avesse cancellate, come se avesse attenuato il loro ricordo. Ma poi è nata lei: stupenda nella sua perfezione.  Ma purtroppo non è finita così… mentre io ammiravo la nostra seconda meraviglia, vedevo che le ostetriche iniziavano ad agitarsi. Controllavano l’orologio. Tornavano. Mi dicevano di attaccare mia figlia al seno.  Mi visitavano la pancia ,  la mia pancia che si era appena rilassata dopo aver messo al mondo quella bambina così meravigliosa. “Ancora niente”.  

Io non capivo. Cosa stava succedendo? Perchè tanta agitazione? Poi finalmente mi dissero qual’ era il problema: la placenta non era ancora “nata”.  Da quel momento tutto è precipitato. “Attacca la bimba al seno”, “ora proviamo manualmente a vedere se riusciamo…”, “ossitocina” ,“chiamiamo il primario”. Le contrazioni sono ripartite e questa volta non mi davano tregua. Ogni volta mi piegavo in due, con la mia bimba tra le braccia, attaccata al seno e la paura di farle inavvertitamente del male, perché tanto era il dolore che provavo. Ad un certo punto la decisione: “ dobbiamo portarti in sala operatoria perchè non riusciamo diversamente”. Così ho lasciato la mia piccola: l’ho lasciata tra le braccia del suo papà, che non mi ha lasciato un attimo. Ho avuto un’ emorragia importante, ma per fortuna tutto si è risolto. Quella notte il mio compagno l’ha passata con noi, lui ha cambiato i pannolini della nostra piccina, perché io non avevo ancora le forze. Come avrei fatto se lui non avesse potuto esserci? Non riesco nemmeno a immaginarlo.

Alla fine posso dire che siamo stati fortunati, perché nonostante tutto quello che abbiamo passato, abbiamo partorito quando il covid ha dato una breve tregua e ci è stato permesso di stare insieme e di affrontare tutto insieme… ma non per tutti è stata così.

Dalla parte dei papà

Oggi ero davanti alla fatidica porta verde della sala parto, e di fianco a me tanti papà. Papà in attesa di sapere che tutto era andato bene, papà che guardavano speranzosi quella porta aprirsi sperando che toccasse a loro, papà che cercavano di capire dallo sguardo al di sopra della mascherina tutto quello che era successo senza di loro. Non è facile nemmeno per i papà… Ai tempi del Covid sono stati i primi ad essere lasciati fuori. Durante il parto sì, ma durante il travaglio no. E nemmeno durante le ecografie o le visite di controllo.

Ma quanto è in realtà importante che i papà siano parte della “nascita”? L’arrivo di un bambino riguarda la coppia: per entrambi cambierà la vita ed è fondamentale che questo cambiamento venga vissuto assieme, che si condividano le gioie e le ombre del percorso di diventare genitori. Così anche per l’allattamento: i padri spesso di sentono esclusi da questo rapporto quasi esclusivo tra la mamma e il proprio bambino. Ma in realtà il loro ruolo è fondamentale anche in questo ambito. Quanto è importante per una mamma che allatta sentirsi dire “che sta facendo bene”, che il loro piccolo sta crescendo “bene” grazie al suo latte, quando magari la stanchezza è così tanta che ha perso ogni certezza e arriva a dubitare di tutto? Quanto ha bisogno di essere coccolata, esattamente come il suo bambino con carezze, parole dolci e piccoli accorgimenti, come può essere un semplice bicchiere d’acqua ogni volta che allatta, o un piatto pronto?

Spesso il periodo dopo il parto è un periodo pieno di emozioni a volte contrastanti per la neo mamma: siate la sua roccia, la spalla su cui può riposare e a volte anche piangere… Se mamma e papà stanno bene, il suo piccolo starà bene e il latte scorrerà più facilmente (l’ossitocina è una garanzia!). Un po’ come un gioco di squadra. Non state in panchina, ma lottate per tenere il vostro posto. Il vostro posto è lì, di fianco al vostro bimbo e alla donna che lo ha messo al mondo.

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